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Adriana Tronca con i suoi prodotti

 

di Raffaella Corsi

Coraggio, determinazione e un pizzico di follia; quella sana, quella che ti fa brillare gli occhi e vedere la luce anche quando tutto sembra perduto. La prima volta che ho incontrato Adriana Tronca dell’azienda agricola Vigna di More ho capito che  queste doti le aveva tutte, e forse anche qualcuna in più; a vederla può sembrare quasi fragile, ma poi scopri che è un vero portento! La sua storia è davvero incredibile, altrettanto la sua forza e determinazione. Per trent’anni ha fatto l’odontotecnica a Milano, poi ha mollato tutto per inseguire un sogno, nel vero senso del termine: una notte ha sognato sua nonna che le sorrideva in mezzo ad un vigneto. Già stufa di sottostare a logiche indesiderate, complicità, compromessi, ha abbandonato tacchi a spillo e tailleur ed è tornata nella sua terra d’origine, Tione degli Abruzzi, dove a 800 metri d’altezza, tra le montagne de L’Aquila, produce con grandissima abilità e passione ottimi vini, e non solo!

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La incontro in un’ assolata mattinata di marzo; l’aria è fresca, il cielo è terso e il paesaggio ancora più bello. Si guarda intorno, e capisco che è felice, che si sente a casa tra queste montagne. Anche se gli occhi sono quelli di chi sta spendendo tutta se stessa per farcela. “Negli ultimi anni ho dato fondo a tutte le risorse anche contro il parere dei miei figli e di mio marito; mi vedono faticare tanto e non ne vogliono proprio sapere, solo mia figlia è stata conquistata dalla terra, chissà. Fondamentalmente sto facendo tutto da sola, contro i lacci della burocrazia e i bastoni tra le ruote che costantemente mi ritrovo, senza aiuti né contributi. Negli ultimi anni ho anche cambiato il mio aspetto fisico: prima vestivo da signora, ero sempre molto curata, ora invece ho preso qualche chilo e ho le mani rovinate dal lavoro nei campi. Ero una freddolosa, ora lavoro a 800 metri sempre all’aria aperta. Non posso più permettermi grandi regali, né per me né per mia madre o mia figlia, ma spero capiscano il mio sacrificio, i miei obiettivi e i miei insegnamenti. A me piace, ci credo, è il cuore che mi comanda di farlo e io lo seguo, non mi pento. Certo è difficile, penetrare in un tessuto sociale ed economico di questo tipo, andare contro la burocrazia, farsi conoscere, ma non mi scoraggio; mi sentirei una fallita se mollassi la presa, ora non si può più fare. Poi arrivano le piccole soddisfazioni ogni tanto, quelle che ti fanno tirare un sospiro e ti danno la carica per andare avanti: come quando Vigna di More è stata premiata come cantina rivelazione al Pescara Abruzzo Wine Festival o quando qualcuno apprezza i tuoi vini e scatta un passaparola insperato. Il sentiero è in curva e in salita ma io arriverò in cima!”.

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I suoi vini sono il rosso Lamata e il bianco Vigna di More Igt Terre aquilane, e da quest’anno anche il Santagiusta, il primo spumante d’altura in Abruzzo realizzato con Metodo Classico, 70% Pinot Nero e 30% Chardonnay.  “Finché non l’ho fatto nessuno ci credeva e invece eccolo qui. A me piace e questo è il primo criterio che devo rispettare. Non è tutto perché nel mio vigneto coltivo anche petit manseng, traminer e kerner, oltre ai vitigni autoctoni. E poi ancora zafferano, mele e pere cotogne, ciliegie, susine e asparagi selvatici, anche se è il vigneto ad assorbirmi  completamente”.

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Adriana gode della simpatia di tutti i produttori del Circuito; ne fa parte da quando è nato, è una di quelli che ci credono fino in fondo, proprio come noi. La sua è una storia che ti riconcilia con il mondo, che ti fa capire che il futuro non è di chi insegue il successo o la gloria ad ogni costo, ma di chi in silenzio lavora per realizzare il suo sogno con spirito di sacrificio, passione e impegno. Ammiro chi ha la forza di reinventarsi ogni giorno, sfidando pregiudizi, ostacoli e invidie; ammiro chi non ha paura di cambiare rotta, in nome di quei valori che oggi troppo spesso vengono dimenticati. Ma sopratutto ammiro chi riesce a fare tutte queste cose con il sorriso. Adriana ha il volto di chi serenamente insegue un sogno sapendo, dentro di se, di averlo già realizzato. Perchè, è risaputo, non è importante ciò che si trova alla fine di una corsa, ma ciò che si prova mentre si sta correndo….